LA MIA ACCADEMIA DI FORMAZIONE

LA MIA STORIA

Elena, cosa vuoi fare da grande?

 

A 13 anni rispondevo che volevo fare il medico o la viaggiatrice.

 

Mio padre mi voleva maestra o ragioniera. Ricordo ancora chiaramente quando mi diceva :
“ Tosa, te ghe da trovarte un lavoro sicuro e un mario” – tradotto : “Ragazza devi trovarti un lavoro sicuro ed un marito.”
Io, non sentivo di avere nessuna particolare attitudine verso i bambini né tantomeno verso i numeri.
Le ore di matematica erano un incubo. Vedevo numeri che “ litigavano”nella mia mente fino a cadere immobili senza nessun senso o risultato.
Gli esperti , oggi, forse, diagnosticherebbero una problematica di discalculia, ovvero una marcata difficoltà ad apprendere i procedimenti matematici, ma negli anni ’80 chi viveva questo disagio era semplicemente negato.
Prese il sopravvento il desiderio di viaggiare e decisi di frequentare l’Istituto Superiore per il Commercio Estero, attratta dallo studio delle lingue straniere.
Mi iscrissi alla scuola superiore contravvenendo alle decisioni di mio padre, al punto che lui si arrabbio’ cosi’ tanto che gli venne un attacco di ipertensione e dovette ricoverarsi in ospedale per qualche giorno.
Ero una ragazza come tante altre: mi attenevo alle regole familiari che reputavo giuste (non drogarti, non frequentare brutte compagnie, non rubare ecc.ecc.) e trasgredivo a quelle che non reputavo tali (non andare in discoteca, va a scuola tutti i giorni, studia e prendi bei voti), avevo fame di vita ed ero piuttosto testarda.
La trasgressione alla regola “non andare in discoteca” mi costo’ in terza media due settimane in ospedale per trauma cranico; una domenica pomeriggio andai a ballare con le amiche, mi accorsi che si era fatto tardi, la puntualità per mio padre era sacra.
Per tornare piu’ velocemente, con la mia bicicletta modello Graziella , mi attaccai al motorino di una ragazza del gruppo. Dopo qualche chilometro, forse per una buca sulla strada, persi il controllo del mezzo , caddi e picchiai la testa.
Mi risvegliai in ospedale qualche ora dopo e mio padre non mi parlo’ per circa 6 mesi.
Venni “condannata” ad una lunga reclusione dalla quale fuggivo solamente sulle ali della mia fantasia di adolescente inquieta.
Scoprii ben presto che nella scuola che avevo scelto non c’era nulla della magia che sognavo: l’apprendimento delle lingue straniere era difficile e tutt’altro che affascinante, tanta grammatica, tanta ragioneria, tecnica bancaria e commerciale, tanti, troppi numeri.
Passavo ore ed ore, mai troppe a dire la verità, a studiare svogliatamente materie di cui fondamentalmente non mi interessava nulla, che capivo con difficoltà e memorizzavo poco e male.
Preferivo leggere romanzi d’amore e fantasticare sognando il principe azzurro.
Forse è capitato anche a te?
Continuai a frequentare soffrendo le pene dell’inferno. Ogni anno riparavo a settembre almeno un paio di materie. Quante volte avrei voluto mollare! Ma non potevo permettermi di fallire e di far “vincere” la volontà del mio temutissimo genitore.
Arrivai ad odiare anche le lingue straniere al punto che quando sento parlare tedesco mi si materializza ancor oggi nella mente l’immagine della mia prof che pronunciando il mio cognome esponeva tre dita: pollice, indice e medio. Ovvero il peggior voto della mia carriera scolastica: 3
Ogni occasione era buona per saltare scuola e perdermi in maniera del tutto illecita, agli occhi della mia famiglia, tra le vie di Vicenza, Padova e Venezia.
Amavo guardare la gente, amavo osservarla mentre con il loro bagaglio di emozioni si muoveva attorno a me. Erano le mie “bigiate” in solitaria alla scoperta del mondo. Quel mondo che mi era spesso negato dai castighi di mio padre che mi recludeva in clausura per studiare e rimediare agli “orrori” scolastici.
Con grandi sforzi, fortunatamente non ero proprio stupida, ma solamente demotivata, presi quel mio primo dannatissimo diploma.
Considerata la passione che avevo manifestato in quei cinque anni per lo studio, di fare l’università non se ne parlo’ neppure.
Di nuovo la volontà paterna voleva imporsi con la ricerca del lavoro: impiegata di banca o in un posto statale, sentenzio’ papa’, che della mia avversione per i numeri se ne fregava beatamente, ma fortuna volle che il mio punteggio fosse troppo basso per accedere ai concorsi.
Guidato dal desiderio di “sistemarmi”, mi procuro’ un colloquio con un suo amico commercialista.
Entrai in quell’ufficio e mi si apri’ un’immagine che ancora stento a dimenticare: lunghe file di banchi e monitor e una successione di ragazze intente a pigiare tasti senza profferire parola. Si sentiva solo il ticchettio frettoloso sui tasti, nessuno parlava. Schiene curve e facce tristi.
Inorridii. Il commercialista mi accolse gentilmente ed io ringraziandolo a nome di mio padre gli dissi chiaramente che se mi avesse assunta avrei potuto mandarlo in rovina.
(Vi immaginate un commercialista che assume una che scrive i numeri invertendoli tra loro? Una tragedia!)
Non so dove trovai il coraggio, ma affrontai anche le ire di mio padre che minaccio’ di cacciarmi di casa.
Risposi ad un’inserzione e trovai comunque un lavoro come impiegata in una nota e fiorente azienda tessile della zona, Belfe Spa, con buona pace della mia famiglia che tirava un sospiro di sollievo e mi considerava sistemata a vita. Nel 1989 non era insolito che il primo posto di lavoro fosse poi anche l’unico per tutta la vita.
Tra le quattro mura di un ufficio iniziai a soffrire di claustrofobia: tutti i giorni timbro di inizio, pausa pranzo, rientro, timbro di fine giornata, tutti i santi giorni la stessa routine, le stesse facce, le stesse dinamiche. Mi sentivo in gabbia!
Per non parlare poi della mia avversione per i numeri che mi fece incorrere in una serie di inenarrabili disastri.
Ogni mattina mi alzavo con la nausea ed un forte senso di oppressione. Avevo solamente 20 anni e capivo che non era quello cio’ che desideravo. Non era la mia vita.
Mi chiedevo: – Cosa posso fare per togliermi di dosso questa sensazione? – Mi sembrava di non avere vie di uscita.
Cambiai vari lavori, sempre in qualità di impiegata, sempre seduta ad una scrivania, sempre con un monitor davanti, sempre a litigare con i numeri , accompagnata da una profonda insoddisfazione senza mai trovare un briciolo di serenità.
Mentre cercavo di capire come trovare una via di uscita da quello strazio lavorativo assecondai una mia curiosità : imparare a fare i massaggi.
Frequentai un corso di Shiatsu. All’inizio doveva essere solamente un hobby, un diversivo. Era il mio tentativo di trovare pace ed armonia in un susseguirsi di giornate sterili e deprimenti.
Fu invece un’illuminazione! Ne venni assorbita completamente, il corso amatoriale divenne poi un percorso professionale che frequentai assiduamente e dopo 3 anni mi diplomai presso la Federazione Italiana Shiatsu ed aprii la mia partita Iva ed il mio studio: Shiatsu Studio.
Aprire lo studio fu una scelta d’impulso e di inspiegabili coincidenze . Sembrava che tutto mi portasse li’. Tutto, ma non tutti. Famiglia ed amici mi diedero della pazza. A quel tempo ero sposata e sia mio marito che i miei genitori cercarono in tutti i modi di dissuadermi, ponendomi di fronte panorami di sicuri fallimenti e di ipotetico accattonaggio.
Le parole di mio padre furono : – molli un lavoro sicuro per fare cosa???? I massaggi??? Tu non sei a posto con la testa!- e mi squadro’ col suo sguardo severo .
Nel 2000 eravamo entrati in un nuovo secolo, ma il pensiero della mia famiglia era ancora saldamente ancorato al dopoguerra: posto fisso, matrimonio, stipendio, mutua, ferie pagate e pensione.
Quanto guadagnavo lo investivo in corsi di approfondimento, lavorando al fianco dei piu’ noti maestri in materia Olistica,
Scoprii, pero’, che legalmente non potevo operare in autonomia. Secondo la legge, avrei dovuto inserirmi in uno studio estetico o medico, perché la figura dell’operatore Shiatsu non era legalmente riconosciuta a livello professionale.
Autonomia ed indipendenza sono due delle mie parole chiave, decisi quindi di acquisire anche la Qualifica di Estetista, che mi avrebbe permesso di lavorare liberamente e nel rispetto della legge .
Questa volta nessuno tento’ di dissuadermi. Chi mi dava della pazza aveva capito che quella era la mia strada, che ci sapevo fare. Mi ero fatta una buona reputazione e la mia famiglia ne andava fiera. Papà arrivo’ anche a complimentarsi per il mio coraggio e la mia determinazione.
La mattina andavo a scuola, il pomeriggio lavoravo in studio e la notte la passavo sui libri, il tutto gestendo la mia famiglia che si era arricchita di due splendidi figli.
Studiare in età matura, e con una maggiore consapevolezza mi introdusse nel mondo del “Siamo Fatti Cosi’”: il corpo con la sua fisiologia e le sue dinamiche e la mente con le sue strategie di sopravvivenza.
Fino ad allora avevo solamente guardato fuori, ma non avevo trovato le risposte alle mie domande. Scoprire il dentro, l’intimo, l’infinitamente piccolo fu per me illuminante.
Compresi lo scopo della mia vita: aiutare le persone a risolvere le loro problematiche!
Era tardi per fare il medico, come avevo ipotizzato a 13 anni, ma avevo tutto il tempo a disposizione per approcciare l’analisi e la consulenza olistica che uniscono alla canonica Fisiologia umana anche l’interpretazione e la traduzione psicologica (Psicosomatica).
Non ho mai praticato il lavoro di estetista, la sola superficie corporea ed il mero concetto estetico non rispondono pienamente al il mio desiderio di comprendere a fondo le dinamiche psico-fisiche che generano alterazioni e disagi (acciacchi). Mi sono dedicata esclusivamente al massaggio.
La scuola di Estetica è stata pero’ determinante per iniziare a studiare e ad approfondire la cosmetologia.
Mi sono appassionata fin da subito alla materia. Come sono fatti i cosmetici, quali principi chimici sono nascosti dentro a Shampoo e creme, come realmente funzionano, come la pubblicità ci offre spesso messaggi fuorvianti. Insomma mi sentivo un’ esploratrice della cosmesi estetica.
Nel contempo, per 20 anni ho vissuto il corpo, la pelle, le alterazioni, attraverso i miei 5 sensi, sviluppando un “sentire” che va oltre il puro ed esclusivo senso del tatto .
E’ un “sentire” che viaggia sulla percezione dell’energia delle persone, sull’interpretazione dei segni, delle espressioni facciali, dei movimenti e delle parole.
Mi piace definirmi “un meccanico aggiusta-persone”, ma che le considera a tutto tondo, come un insieme strettamente connesso di corpo, anima, cervello ed emozioni.
Il corpo parla e sta a noi comprendere i motivi del disagio.
Il mio parrucchiere, arrivato in studio a farsi sistemare i suoi acciacchi, intui’ che il mio approccio poteva essere determinante nel settore dell’Acconciatore e mi introdusse in quella che divenne la mia prima collaborazione in qualità di Formatore Tricologo-Cosmetico ( ti dico cosa e ti spiego come).
Sono passati 13 anni, un tempo che mi ha concesso di lavorare sul campo a stretto contatto con aziende, parrucchieri e clienti finali.
Ho lavorato con realtà Internazionali nell’ ambito tricologico come Brelil, Lisap, Bbcos, Emsibeth, Nevitaly. Molte altre aziende hanno richiesto la mia consulenza. Ho girato per tutta Italia, anche al’ estero.
Ho esaminato innumerevoli capigliature, ho toccato cuti di tutti i tipi, ho raccolto dati, informazioni, ho risolto problematiche e ho continuato a studiare la Tricologia e la Cosmetologia.
In questi 13 anni è cambiata profondamente anche la mia vita personale. Papa’ non c’è piu’, ma prima di andarsene mi ha detto l’unico immenso “Brava a me tosa” (Brava la mia ragazza) che mi ha ripagato di tutte le battaglie di una vita.
Ho divorziato da mio marito; eravamo divenuti pianeti su galassie ormai lontanissime tra loro.
Mi sono trovata a ricostruire completamente la mia vita di donna con grandi sofferenze affettive ed economiche, ma il mio lavoro, o meglio i miei lavori, sia in studio che nelle aule di formazione e nei saloni sono stati la mia medicina, il mio impulso vitale a non soccombere di fronte ad avversità davvero pesanti.
Per amore, Ho cambiato regione, stravolto le mie abitudini. Ho iniziato una nuova vita, ho ritrovato la serenità di un amore e di una famiglia unita e collaborativa.
Oggi faccio parte dello staff 3B Cosmetic, che per me è casa e famiglia.
Sono associata a Trico Italia, l’unica realtà italiana che forma e certifica tecnici tricologi e che fa parte del Sitri , il punto di riferimento dei Medici Dermatologi con specializzazione in Tricologia.
Da oltre due anni lavoro al mio primo libro di Tricologia Esperienziale.
Un testo nato come materiale di supporto per un corso di formazione al parruchhiere, ma che sono stata da piu’ parti invitata ad ampliare e a pubblicare.
Ho ricevuto cosi’ tante attestazioni professionali positive che alla fine ho deciso di creare un libro con le mie esperienze in campo tricologico, cercando nel contempo di alleggerire e rendere “piacevole” una materia che per molti parrucchieri è spesso fonte di noia e che viene reputata troppo complicata per essere praticata regolarmente in salone, come andrebbe fatto.
Il salone è il primo luogo dove applicare la Tricologia.
E’ il parrucchiere l’esperto dei capelli. L’unico che ogni santo giorno lavorativo che esiste sulla terra, mette le mani tra le chiome, che le plasma, le colora, le taglia. Il primo ad accorgersi che qualcosa potrebbe essere cambiato, che i capelli “non funzionano” piu’, che sono “malati”. Il primo che dovrebbe proporre delle soluzioni prima che sia inesorabilmente tardi.
Forse un giorno ci conosceremo e spero di trasmetterti tutta la mia conoscenza e passione per questo meraviglioso mondo professionale tricologico
Elena P.
Elena P.